
Favole
Favola 1: Vagando
Mi accingo a raccontarvi un'altra storia,
tra narrazione e poesia,
lo faccio spesso, vagando da città a città,
per portare un po’ di fantasia,
per vedere lo sguardo su di me,
per ricavarne qualche moneta d’oro,
è il mio lavoro,
una cantastorie,
e vago e vago,
narrando.
Mi siedo lasciando la lunghe veste cadere al suolo,
e con un sorriso mesto, poso lo sguardo sul giovane pubblico,
dei bambini,
nei loro occhi posso vedere chi ha ancora un sogno,
e guardando il cielo,
decido che parole intonare.
Immagino le mie poesie, come melodiche canzoni.
“ Storie di cavalieri e belle principesse, sono la mia specialità,
tuttavia, in questa fredda e bianca giornata,
vi racconterò dell’altro,
ma nelle mie storie,
ricordate, c’è sempre amore”
Prendendo respiro,
rammentando solo ciò che posso vedere io,
inizio l’ennesima favola,
l’ennesima fandonia.
“ C’era una volta un demone,
il più bello e il più maestoso tra tutti,
e fu il primo ad invidiare,
e fu il primo, la cui parola , sogno ,venne concessa,
ma divenne ambizione,
perdendo sé stesso, fu la rovina,
era nato nella luce,
ma eclissò nelle tenebre,
ed ebbe un suo regno, diventandone il Re.
Ma tutti i Re sono un po’ tristi,
circondati dalla loro ingordigia ,
rimangono ciechi.
Ma non voglio narrarvi della sua tristezza,
ma del suo amore.
Dopo secoli e secoli,
richiamato da una preghiera,
discese sul nostro suolo,
e un nuovo ciclo della sua vita infinita visse.
Avendo l’eternità, si può amare numerose volte,
disse qualcuno, di cui non ricordo il nome.
Del suo sorriso si innamorò,
e tutto ciò che lui non possedeva più,
l’aveva lui,
gentilezza e bontà,
non credeva esistessero più,
del suo opposto, si innamorò,
e il suo sorriso arrogante, mutò,
in uno, lieve ma vero,
accanto, ad un essere umano.
Chi vacilla di odio e di rabbia,
aspetta solo di essere compreso,
da qualcuno che non abbia sentenze da pronunciare,
e quell’umano lo fece,
non lo giudicò,
lo accettò per com’era, non per come lo descrivevano,
né aveva paura,
ma del suo opposto si innamorò.
Comprese e capì,
che a volte, chi ostenta sicurezza,
è solo un debole.
Passarono i giorni, i mesi e gli anni,
l’uno accanto all’altro,
fin quando il dolce umano morì,
sotto ai suoi occhi,
la tragedia si consumò,
e il Re, soffrì immensamente,
mentre il ghiaccio dei suoi occhi,
si sciolse sul suo volto.
Ebbe tre grandi amori, lui fu uno di questi,
un semplice, umano, creatura di Dio.
Ritornò nel suo regno,
finita la sua ennesima tragedia,
si circondò di rabbia e dolore,
ciò che però va raccontato,
non è la sua fine, che mai ci sarà,
ma l’epilogo dell’amato.
Sulla sua tomba, tutt’oggi,
pensano ci sia una maledizione,
accanto ai cigli a lui portati,
le soffici piume nere di un corvo,
accostano,
come volerli fare compagnia,
contrastando con la purezza,
del fiore che sulla lapide vi è stato posato.
Dicono sia un corvo,
che gli fa visita, ogni qualvolta che lui lo voglia,
“ è una lapide maledetta,
le piume vi ritornano sempre,
e mai, nelle notti di pioggia si bagna,
e mai, nelle notti di neve viene seppellita,
rimane intatta, tra soffici piume nere.”
è il ritornello di questa strana storia,
di poche parole,
di amori opposti,
finiti in una triste tragedia,
“ è una lapide maledetta,
le piume vi ritornano sempre,
e mai, nelle notti di pioggia si bagna,
e mai, nelle notti di neve viene seppellita,
rimane intatta, tra soffici piume nere.”
L’amore, è per sempre “
è finita anche questa fiaba,
e mi alzo dal suolo,
per andare in una altra città,
per poter fare di una sciocchezza un dramma,
per poter provare qualcosa, per farne una storia,
ed è così facile, immaginare.
Ritiro la ricompensa, di quattro monete d’oro,
copro il mio corpo, con un mantello,
pronta ad andare,
lasciando le mie impronte su questa neve,
ma con una lieve stretta vengo fermata.
“ Le sue storie, parlano sempre d’amore,
l’uomo che gli è accanto l’amerà davvero tanto”
Sorrido e mi chino alla sua altezza
“ Questa è un'altra storia, so parlare di amore, ma non so provarlo “
rispondo mestamente.
“ Narro di opposti, ma cerco qualcuno simile a me per potermi innamorare di me stessa”
Ad ogni artista la sua maledizione, il suo dolore, il mio è questo,
mi alzo pesantemente, salutando il piccolo spettatore,
andando via da lì,
in cerca di altra ispirazione.
Vago ,
tra la bufera,
sospesa tra vita e morte,
pensando a cosa di nuovo posso raccontare,
sentendo, il rumore del vento, come se fosse una canzone,
per la mia prossima melodia.
Ma prima, in un luogo voglio passare,
un ultimo sorriso, si dipinge sul mio volto, e copro il nero corvo sopra alla fredda lapida,
con un nero ombrello,
riparandolo,
dalla fredda neve che vi si posa su di lui,
“ Non disperare”
prego con lui,
infine, finita la bufera,
torno a vagare,
cercando,
cercando.

Sfoghi Personali: Gridando al cielo
Datemi un posto silenzioso in cui poter urlare,
il mio grido si sentirebbe di più,
Datemi un luogo in cui ferirmi senza essere guardata male,
il mio dolore sarebbe atroce,
Datemi una gabbia abitata da folli per potermi sentire normale,
la mia pazzia non si noterebbe
Se ti stai divertendo a vedermi sanguinare,
in questo luogo, incatenata , da troppo tempo ormai,
vorrei solo chiederti il senso di questo tormento.,
piango e rido, tra la follia,
rido perché sono viva,
piango perché non ho il coraggio di uccidermi.
Mi sono rialzata,
ma le catene mi hanno sempre fatto restare qua,
non credo quindi di potermene andare,
non odio questo posto,
è solo che ogni tanto, impazzisco.
E gridare non serve, dato che non ho voce,
E piangere non serve, dato che non ho occhi,
E pregare non serve, dato che non credo.
Uno strazio dopo l’altro,
non posso accettarlo,
quando mi rialzo il fardello pesa sempre più,
mi chiedo solo il momento in cui cederò.
Invoco quel giorno.
Ho così tanto dolore da urlare,
ho così tante lacrime da versare,
ho così tanto rancore da dover spiegare,
ma qui non posso,
i miei tormenti,
questo luogo li conosce a memoria.
Vorrei poter andare in un posto pieno di morti narrando della vita,
vorrei poter andare tra i folli spiegando la normalità,
vorrei poter andare tra il dolore per raccontare della felicità,
ma non avrei parole per ciò che non ho mai provato.
Non ho ottenuto nulla con il dolore,
se non queste stupide poesie,
non so fare niente con la sofferenza,
se non disegnare espressioni realistiche,
avrei desiderato la normalità,
per essere una come tante.
Invece stupidamente,
ho preferito avere delle mie idee e combattere contro altre,
per essere chiamata “originale”,
ho preferito rimanere sola per aspettare chi amo davvero,
ho preferito detrarre l’ipocrisia per essere sincera,
a costo di sembrare un mostro,
ho preferito il dolore,
per poter creare.
Toglietemi questo mondo,
toglietemi questo catene,
toglietemi queste ferite,
perché non ne posso più,
non riesco stare ancora a guardare questo scempio,
è un teatro degli orrori,
voglio chiudere gli occhi, non tenermeli più aperti,
sono stanca di fissare senza poter fare niente,
è una trama troppo complicata per essere racconta,
è stato scritto un verdetto senza speranza.
Se tieni le mie mani legate non posso uccidermi,
se tieni la mia bocca chiusa non posso urlare,
se tieni i miei occhi aperti non posso non guardare.
E questa volta, è una sofferenza troppo grossa da poter affrontare,
e ho scritto questa frase milioni di volte.
Desideravo la normalità, non ho mai voluto la pazzia,
Desideravo l’amore, non il dolore,
Desideravo sorridere, non piangere.
Portami via.
Le catene si sono conficcate troppo saldamente,
non posso più scappare,
sono l’unica spettatrice del mio supplizio,
ogni tanto lo derido,
ogni tanto lo maledico,
ogni tanto lo decanto.
Protagonista del mio passato,
Antagonista del mio presente,
Spettatrice del mio futuro.
Rido e piango,
Piango e rido.
è una recita con troppo sangue ,
è un film troppo lungo,
è uno strazio troppo vero,
per essere finto.
è una lancia che si sta conficcando nel petto,
pian piano,
per potermi trapassare dall’altra parte,
non è una ferita come le altre,
è uno squarcio questa volta,
non c’è grido abbastanza forte da urlare,
non ci sono parole per poter spiegare,
non ci sono abbastanza lacrime da versare.
Restano solo queste parole così lontane dal mio reale dolore,
che solo scambiando il tuo cuore con il mio potresti capire,
ciò che sto provando,
tra sogno e realtà
sto odiando,
tra follia e disperazione,
sto gridando,
tra strazio e tormento,
sto sprofondando,
tra vita e morte,
sto vagando.
Non c’è posto troppo silenzio per poter gridare,
non c’è immagine che forma al mio dolore questa volta può dare,
Non c’è folle che potrebbe farmi sentire normale,
non c’è ferita troppo profonda da potermi incidere per non poter pensare,
non c’è Dio che possa consolarmi.
Continuo a vagare,
piangendo sangue,
gridando poesie,
narrando realtà,
al suono delle pesanti catene.
“ Scambia il tuo cuore con il mio”
era una supplica.
Portami via
